F. C. P. numero 20.........30 novembre 2000

Editoriale

La gioia del silenzio

I Monaci benedettini ritornano
all'abbazia dei Ss. Ruffino e Vitale

Perché la festa continui

Caritas Diocesana Avvento 2000

Il lavoro nella concezione cristiana
della vita

Inaugurazione dell'anno scolastico
al "Paolo VI"

Inserto a cura dell'Ufficio
per la Pastorale Familiare

Paura ed immagine nemiche della
santità della Chiesa

Catechismo, Seminario,
Madonna del Pianto

L'enigma dell'identità

I Figli, primavera della famiglia
e della società

La Chiesa in Camerun

Storia del giubileo nei francobolli

In memoria di don Raffaele Pieroni

Mauro Fratini.
Un padre e un marito eccezionale

 


Roberto Cintio Diacono

Quale è stato il taglio più difficile da compiere per partire?

Il taglio più difficile è stato certamente quello con la mia famiglia, che ha vissuto questa mia scelta in maniera comprensibilmente traumatica. Quindi ho dovuto farmi coraggio, perché loro potessero stare tranquilli, nascondendo le paure che io per primo avevo. Duro è stato pure rinunciare a quelle sicurezze costruite in tanti anni di Seminario: amicizie, studi, la stessa vocazione, perché per me la missione era rimettermi in discussione, cioè stare solo con Cristo e fare di Lui la mia sola sicurezza.

Come gli ivoiriani vedono generalmente il missionario e più in generale l'Occidente?

I nostri fratelli africani guardano l'Occidente con molta ammirazione, seppur avvertono solo le nostre ricchezze economiche e culturali, credendo che queste bastino a garantire l'unità e la pace. In realtà sono ingannati perché, secondo me, la vera unità è dovuta al Cristianesimo - S. Benedetto docet - e non da leggi di mercato (vedi l'unità di moneta). Ritengo invece che solamente uniti in Cristo possiamo costruire e mantenere pace ed unità nel rispetto delle nostre differenze.

Quali erano i principale pre-concetti culturale, religiosi e sociali che dovevate affrontare?

A livello sociale uno dei gravi problemi era l'assenza della vita familiare, come nucleo della società. In fondo si potevano spesso vedere donne abbandonate, figli lasciati crescere in strada. Da ciò consegue una società incentrata sulla figura del maschio-capostipite, per cui l'uomo si sente giustificato a fare e disfare famiglie secondo i suoi progetti passeggeri: era difficile per noi annunciare un modello di famiglia cristiana in una realtà di concubinaggio e poligamia. Altro problema annesso è l'AIDS, con una percentuale di malati attorno al 70% della popolazione.
A livello culturale e religioso la stregoneria era la causa di una fobia che arrestava sia la nostra missione evangelizzatrice sia un progresso umano-culturale. In fondo lo stregone cerca di dimostrare il proprio potere incutendo paura: gli africani sono ancora convinti che, se non ti difendi con pratiche idolatriche, la tua anima rischia di essere mangiata dallo stregone. Concretamente questa paura si attuava con avvelenamenti, minacce (è capitato anche a noi) e omicidi impedendo una crescita umana fondata sulla libertà, poiché vi era una sudditanza psicologica. Questo timore era percettibile anche nei fratelli che abbracciavano la fede cristiana, trovando difficoltà ad abbandonare queste pratiche occulte. Comunque debbo essere grato al Signore perché ho visto con i miei occhi molti fratelli, che dopo aver superato il momento iniziale, comune a tutti, in cui si cerca il Cristianesimo come semplice assistenzialismo, ricevevano una fede reale capace di andare contro le regole e la pressione dei clan familiari, che si manifestava spesso mettere a repentaglio la propria vita. In ciò questi fratelli scoprivano la paternità di Dio e, come dice S.Paolo, potevano ricevere lo Spirito da figli per non ricadere nel timore, ma gridare a Dio "Abbà" .

Nei momenti di fallimenti, paure e dubbi hai avuto dei ripensamenti o hai trovato sempre la forza di andare oltre?

All'inizio le mie paure e i miei fallimenti erano dovute alla lingua, al cibo, al clima. A livello politico nel breve periodo della mia permanenza si sono succeduti 3 colpi di stato ed altri falliti. Alcuni di questi hanno visto direttamente coinvolta la zona di missione dove vivevo. Ad esempio un giorno un prigioniero evaso dal carcere è entrato nella nostra casa, munito di fucile; ci ha tenuti ostaggi per 40 minuti, chiedendoci soldi e minacciando di ucciderci. Io personalmente ho sentito la canna del fucile alle spalle ... e non è una bella esperienza. L'aggressione si è poi conclusa quando il prigioniero ha spaccato il fucile in testa al settantenne parroco, dandosi infine alla fuga.
Per il resto basterebbe pensare ad un misero sangiorgese in balìa di evasi di cui non capisci una parola. Oppure io, amante del pesce, costretto a mangiare dei toponi di foresta. La mia camera inoltre non era un luogo per riposi tranquilli ma l'habitat ideale per serpenti, ragni e salamandre. Tutte queste cose mi superavano!!! Eppure in queste precarietà ho trovato la forza nel far memoria dell'intervento di Dio nella mia storia ed in particolare la sua chiamata alla missione, percepita sin da piccolo, dandomi come formazione il Cammino Neocatecumenale, ed l'esser stato inviato dalla Chiesa nella figura del mio Arcivescovo. Per cui non ero io che stavo lì per mia iniziativa ma era il Signore che mi spingeva a fare questa esperienza.

Cosa concretamente svolgevi durante la giornata?

Ci svegliavamo alle 6 per celebrare le lodi e l'eucaristia, a cui partecipavano parecchi fratelli, ed era questa la fonte delle nostre energie. Il mio compito in missione era dei più semplici: aiutavo a costruire la chiesa, un centro di accoglienza per famiglie, tagliavo l'erba con il macete (coltellone africano), catechismo ai piccoli, catechesi per adulti, visite alle famiglie, agli ospedali, alle prigioni. Inoltre ho affiancato il parroco, don Giuseppe Nieddu, in missione da 9 anni.

Cosa ti ha incuriosito più di tutto?

La cosa che più mi ha impressionato era la freschezza delle celebrazioni. La liturgia era realmente una festa espressa nella spontaneità della danza e dei canti (duravano anche 4 ore!!). Questo non nasceva da una esteriorità culturale tipica africana, ma perché hanno colto più di noi, fossilizzati in un culto molto esteriore e secolarizzato, la gioia dell'annuncio del Cristianesimo, di un Dio fatto uomo, di un Dio che ha donato la vita per noi. La loro fede non è concettuale, ma esistenziale e li rende capaci di esprimere nella vita pratica l'intervento di Dio.

Come consideri questa particolare esperienza in vista del diaconato?

Ho chiesto personalmente di poter compiere questa esperienza al vescovo come preparazione al diaconato. Sto notando che esprime magnificamente il senso del diaconato: l'essere servo. La missione mi ha donato la possibilità di essere servo all'ultimo posto. In tanti momenti di solitudine, il Signore è stato presente e questo mi dà uno slancio maggiore nel donare la mia vita a Lui, sapendo con fede che provvederà per me.

La parrocchia è vista da te come un limite al tuo animus missionario?

In qualche modo è più facile essere missionario in certi posti, perché ti accorgi fin da subito che in quella società hai un ruolo ben definito e una gratificazione nel fatto che la gente riconosce questo tuo ruolo, dimostrandotelo con tante attenzioni. Invece nella nostra realtà di parrocchia il prete spesso è solo, non ha una comunità vicina, e in certi aspetti ha perso la sua identità in una società che cambia e che sembra non più interessata a certi valori. Si percepisce che la nostra povertà non è economica, rispetto alle terre di missione, ma è una miseria che è nel cuore dell'uomo cioè l'assenza di Dio. Una miseria che è vuoto esistenziale e che è urgente sanare. Sono certo quindi che il mio servizio in diocesi non sarà meno urgente né inferiore alla missione in Africa.

La sorpresa più bella al tuo ritorno?

Rendersi conto che in fondo tante comodità che allora sembravano difficili da abbandonare, al ritorno sono apparse superflue. In fondo siamo vittime di falsi bisogni che la società ci impone come indispensabili togliendoci il tempo di riflettere su noi stessi e sulle domande ultime.
E poi ... l'aver lasciato la Lazio perdente e l'averla ritrovata campione d'Italia!!!! Perdonatemi il finale così fuori tema, ma dopo 26 anni di astinenza!?

Lorenzo Torresi