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I
Monaci benedettini ritornano Caritas Diocesana Avvento 2000 Il
lavoro nella concezione cristiana Inaugurazione
dell'anno scolastico Inserto
a cura dell'Ufficio Paura
ed immagine nemiche della Catechismo,
Seminario, L'enigma dell'identità I
Figli, primavera della famiglia La Chiesa in Camerun Storia del giubileo nei francobolli In memoria di don Raffaele Pieroni Mauro
Fratini.
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Quale è stato il
taglio più difficile da compiere per partire? Il taglio più
difficile è stato certamente quello con la mia famiglia, che ha vissuto
questa mia scelta in maniera comprensibilmente traumatica. Quindi ho
dovuto farmi coraggio, perché loro potessero stare tranquilli,
nascondendo le paure che io per primo avevo. Duro è stato pure rinunciare
a quelle sicurezze costruite in tanti anni di Seminario: amicizie, studi,
la stessa vocazione, perché per me la missione era rimettermi in
discussione, cioè stare solo con Cristo e fare di Lui la mia sola
sicurezza. Come gli ivoiriani
vedono generalmente il missionario e più in generale l'Occidente? I nostri fratelli
africani guardano l'Occidente con molta ammirazione, seppur avvertono solo
le nostre ricchezze economiche e culturali, credendo che queste bastino a
garantire l'unità e la pace. In realtà sono ingannati perché, secondo
me, la vera unità è dovuta al Cristianesimo - S. Benedetto docet - e non
da leggi di mercato (vedi l'unità di moneta). Ritengo invece che
solamente uniti in Cristo possiamo costruire e mantenere pace ed unità
nel rispetto delle nostre differenze. Quali erano i
principale pre-concetti culturale, religiosi e sociali che dovevate
affrontare? A livello sociale uno
dei gravi problemi era l'assenza della vita familiare, come nucleo della
società. In fondo si potevano spesso vedere donne abbandonate, figli
lasciati crescere in strada. Da ciò consegue una società incentrata
sulla figura del maschio-capostipite, per cui l'uomo si sente giustificato
a fare e disfare famiglie secondo i suoi progetti passeggeri: era
difficile per noi annunciare un modello di famiglia cristiana in una realtà
di concubinaggio e poligamia. Altro problema annesso è l'AIDS, con una
percentuale di malati attorno al 70% della popolazione. Nei momenti di
fallimenti, paure e dubbi hai avuto dei ripensamenti o hai trovato sempre
la forza di andare oltre? All'inizio le mie
paure e i miei fallimenti erano dovute alla lingua, al cibo, al clima. A
livello politico nel breve periodo della mia permanenza si sono succeduti
3 colpi di stato ed altri falliti. Alcuni di questi hanno visto
direttamente coinvolta la zona di missione dove vivevo. Ad esempio un
giorno un prigioniero evaso dal carcere è entrato nella nostra casa,
munito di fucile; ci ha tenuti ostaggi per 40 minuti, chiedendoci soldi e
minacciando di ucciderci. Io personalmente ho sentito la canna del fucile
alle spalle ... e non è una bella esperienza. L'aggressione si è poi
conclusa quando il prigioniero ha spaccato il fucile in testa al
settantenne parroco, dandosi infine alla fuga. Cosa concretamente
svolgevi durante la giornata? Ci svegliavamo alle 6 per celebrare le lodi e l'eucaristia, a cui partecipavano parecchi fratelli, ed era questa la fonte delle nostre energie. Il mio compito in missione era dei più semplici: aiutavo a costruire la chiesa, un centro di accoglienza per famiglie, tagliavo l'erba con il macete (coltellone africano), catechismo ai piccoli, catechesi per adulti, visite alle famiglie, agli ospedali, alle prigioni. Inoltre ho affiancato il parroco, don Giuseppe Nieddu, in missione da 9 anni. Cosa ti ha
incuriosito più di tutto? La cosa che più mi
ha impressionato era la freschezza delle celebrazioni. La liturgia era
realmente una festa espressa nella spontaneità della danza e dei canti
(duravano anche 4 ore!!). Questo non nasceva da una esteriorità culturale
tipica africana, ma perché hanno colto più di noi, fossilizzati in un
culto molto esteriore e secolarizzato, la gioia dell'annuncio del
Cristianesimo, di un Dio fatto uomo, di un Dio che ha donato la vita per
noi. La loro fede non è concettuale, ma esistenziale e li rende capaci di
esprimere nella vita pratica l'intervento di Dio. Come consideri questa
particolare esperienza in vista del diaconato? Ho chiesto
personalmente di poter compiere questa esperienza al vescovo come
preparazione al diaconato. Sto notando che esprime magnificamente il senso
del diaconato: l'essere servo. La missione mi ha donato la possibilità di
essere servo all'ultimo posto. In tanti momenti di solitudine, il Signore
è stato presente e questo mi dà uno slancio maggiore nel donare la mia
vita a Lui, sapendo con fede che provvederà per me. La parrocchia è
vista da te come un limite al tuo animus missionario? In qualche modo è più
facile essere missionario in certi posti, perché ti accorgi fin da subito
che in quella società hai un ruolo ben definito e una gratificazione nel
fatto che la gente riconosce questo tuo ruolo, dimostrandotelo con tante
attenzioni. Invece nella nostra realtà di parrocchia il prete spesso è
solo, non ha una comunità vicina, e in certi aspetti ha perso la sua
identità in una società che cambia e che sembra non più interessata a
certi valori. Si percepisce che la nostra povertà non è economica,
rispetto alle terre di missione, ma è una miseria che è nel cuore
dell'uomo cioè l'assenza di Dio. Una miseria che è vuoto esistenziale e
che è urgente sanare. Sono certo quindi che il mio servizio in diocesi
non sarà meno urgente né inferiore alla missione in Africa. La sorpresa più
bella al tuo ritorno? Rendersi conto che in
fondo tante comodità che allora sembravano difficili da abbandonare, al
ritorno sono apparse superflue. In fondo siamo vittime di falsi bisogni
che la società ci impone come indispensabili togliendoci il tempo di
riflettere su noi stessi e sulle domande ultime. Lorenzo Torresi
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