F. C. P. numero 20.........30 novembre 2000

La gioia del silenzio

I Monaci benedettini ritornano
all'abbazia dei Ss. Ruffino e Vitale

Perché la festa continui

Roberto Cintio diacono

Caritas Diocesana Avvento 2000

Il lavoro nella concezione cristiana
della vita

Inaugurazione dell'anno scolastico
al "Paolo VI"

Inserto a cura dell'Ufficio
per la Pastorale Familiare

Paura ed immagine nemiche della
santità della Chiesa

Catechismo, Seminario,
Madonna del Pianto

L'enigma dell'identità

I Figli, primavera della famiglia
e della società

La Chiesa in Camerun

Storia del giubileo nei francobolli

In memoria di don Raffaele Pieroni

Mauro Fratini.
Un padre e un marito eccezionale

 



Editoriale

Per una volta sono uscite dalla clausura. Le monache, provenienti dai 14 monasteri della diocesi, hanno celebrato insieme il loro Giubileo in Cattedrale a Fermo. Alla celebrazione non c'erano solo le claustrali: c'era anche una porzione del popolo di Dio. Infatti la vita monastica è un segno per tutti. Sta lì ad indicare che la vocazione è fedeltà a Colui che per primo ci ha amati.
"Fratello, sorella, tu non puoi contare su te stesso ma solo sull'amore di Dio", si legge in una regola monastica. Può apparire forte e quasi brutale. Ci si impegna per sempre nel celibato e nella vita comune con alcuni fratelli o sorelle ben precisi. Non si può contare su se stessi.
Quando una persona giunge ad accogliere da Dio il dono della vocazione, confessa di aver conosciuto il disegno di Dio su di sé e di acconsentirvi. Rinuncia allora a disporre della propria esistenza e si lega a fratelli e sorelle concreti, in una vita stabile fino alla morte.
Subito viene da pensare a un gesto eroico, al limite anche presuntuoso. Oggi soprattutto, in questo tempo di scarsa fedeltà e poca memoria morale, tutto è pensato a breve scadenza. Tutto è visto come esperienza. Tutto sembra tenere conto di sopravvenienze impreviste.
Certamente sarebbe presuntuoso un tale gesto così irreversibile se fosse fondato sulla volontà dispositiva dell'uomo. Eppure quello che avviene in un monastero è analogo a quanto si verifica nel matrimonio. Nella celebrazione di nozze infatti c'è l'interpretazione di tutta la propria esistenza alla luce dell'amore fedele di Dio.
La Chiesa, fondandosi sulla Parola di Dio, vuole definitivo e irreversibile il dono reciproco di se stessi che fanno gli sposi. Questo gesto, così come la decisione di vivere stabilmente in un monastero, sarebbe non solo temerario ma addirittura peccaminoso se si contasse su se stessi. Se i coniugi contassero sul loro volersi bene, se chi entra in monastero contasse sulla propria decisione e sulla propria scelta o sulla comunità che umanamente lo ha accolto bene, si sarebbe ancora in uno spazio di egoismo.
La volontà è mutevole, il cuore incostante, il carattere instabile. Porre quindi come fondamento dell'offerta di tutta una vita la scelta, la volontà umana, l'assicurazione dello stare bene insieme significherebbe dare una impostazione radicalmente sbagliata alla vita. Tutti questi elementi umani infatti, proprio perché dipendono da noi, possono con il tempo trasformarsi da fondamenti della chiamata monastica a fondamenti per abbandonare questa vocazione. È il Signore invece l'unico fondamento della fedeltà. È la fedeltà a Colui che ci ha amato per primo.
Nel monastero cotpo di Scete, là dove ancora si conserva la radicalità del monachesimo antico, la professione avviene soltanto per chiamata durante un ufficio, senza che il candidato sia avvertito in precedenza. Così egli è costretto con il suo assenso senza preparazione a proclamare di non essere lui a decidere della propria vita.