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La
gioia del silenzio
I
Monaci benedettini ritornano
all'abbazia dei Ss. Ruffino e Vitale
Perché
la festa continui
Roberto
Cintio diacono
Caritas
Diocesana Avvento 2000
Il
lavoro nella concezione cristiana
della vita
Inaugurazione
dell'anno scolastico
al "Paolo VI"
Inserto
a cura dell'Ufficio
per la Pastorale Familiare
Paura
ed immagine nemiche della
santità della Chiesa
Catechismo,
Seminario,
Madonna del Pianto
L'enigma
dell'identità
I
Figli, primavera della famiglia
e della società
La
Chiesa in Camerun
Storia
del giubileo nei francobolli
In
memoria di don Raffaele Pieroni
Mauro
Fratini.
Un padre e un marito eccezionale
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Editoriale

Per una volta
sono uscite dalla clausura. Le monache, provenienti dai 14 monasteri
della diocesi, hanno celebrato insieme il loro Giubileo in Cattedrale a
Fermo. Alla celebrazione non c'erano solo le claustrali: c'era anche una
porzione del popolo di Dio. Infatti la vita monastica è un segno per
tutti. Sta lì ad indicare che la vocazione è fedeltà a Colui che per
primo ci ha amati.
"Fratello,
sorella, tu non puoi contare su te stesso ma solo sull'amore di
Dio", si legge in una regola monastica. Può apparire forte e quasi
brutale. Ci si impegna per sempre nel celibato e nella vita comune con
alcuni fratelli o sorelle ben precisi. Non si può contare su se stessi.
Quando una persona giunge ad accogliere da Dio il dono della vocazione,
confessa di aver conosciuto il disegno di Dio su di sé e di
acconsentirvi. Rinuncia allora a disporre della propria esistenza e si
lega a fratelli e sorelle concreti, in una vita stabile fino alla morte.
Subito viene da pensare a un gesto eroico, al limite anche presuntuoso.
Oggi soprattutto, in questo tempo di scarsa fedeltà e poca memoria
morale, tutto è pensato a breve scadenza. Tutto è visto come
esperienza. Tutto sembra tenere conto di sopravvenienze impreviste.
Certamente sarebbe presuntuoso un tale gesto così irreversibile se
fosse fondato sulla volontà dispositiva dell'uomo. Eppure quello che
avviene in un monastero è analogo a quanto si verifica nel matrimonio.
Nella celebrazione di nozze infatti c'è l'interpretazione di tutta la
propria esistenza alla luce dell'amore fedele di Dio.
La Chiesa, fondandosi sulla Parola di Dio, vuole definitivo e
irreversibile il dono reciproco di se stessi che fanno gli sposi. Questo
gesto, così come la decisione di vivere stabilmente in un monastero,
sarebbe non solo temerario ma addirittura peccaminoso se si contasse su
se stessi. Se i coniugi contassero sul loro volersi bene, se chi entra
in monastero contasse sulla propria decisione e sulla propria scelta o
sulla comunità che umanamente lo ha accolto bene, si sarebbe ancora in
uno spazio di egoismo.
La volontà è mutevole, il cuore incostante, il carattere instabile.
Porre quindi come fondamento dell'offerta di tutta una vita la scelta,
la volontà umana, l'assicurazione dello stare bene insieme
significherebbe dare una impostazione radicalmente sbagliata alla vita.
Tutti questi elementi umani infatti, proprio perché dipendono da noi,
possono con il tempo trasformarsi da fondamenti della chiamata monastica
a fondamenti per abbandonare questa vocazione. È il Signore invece
l'unico fondamento della fedeltà. È la fedeltà a Colui che ci ha
amato per primo.
Nel monastero cotpo di Scete, là dove ancora si conserva la radicalità
del monachesimo antico, la professione avviene soltanto per chiamata
durante un ufficio, senza che il candidato sia avvertito in precedenza.
Così egli è costretto con il suo assenso senza preparazione a
proclamare di non essere lui a decidere della propria vita.
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