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Gialli
come il sole
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Vicariali in Cattedrale
Giubileo
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Padre
Cruciani in Egitto
INSERTO
a cura dell'Ufficio per la Pastorale Familiare
Gesù
sorgente di vita per i popoli
O
tutto o niente!
Presto
che è tardi
Don
Ernesto Ricci, il "don Bosco di Fermo"
Relazione
della Commissione Presbiterale Regionale
FCP
su Internet
Mosè,
Giosuè, Gesù
Miglior
tema sul Grande Giubileo
Brevi
Giubileo
nei francobolli
Ero
forestiero
In
ricordo di...
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Gialli
come il sole

I pellegrini fermani
al Giubileo Diocesano a Roma
Guarda, sembra
la pianura di Castelluccio quando fioriscono le lenticchie". Questo
grido di ammirazione è uscito dalla bocca di don Ubaldo Ripa, parroco a
Civitanova. Ed è proprio così. La piazza San Pietro in Roma è tutta
punteggiata di giallo, il colore della Diocesi di Fermo in pellegrinaggio
con quasi 130 pullman alla Cattedra di S. Pietro sabato 28 ottobre. Certo
non mancavano altri colori come il bianco (le diocesi della Basilicata),
il blu (la diocesi di Latina), il rosso/arancio (la diocesi di Rimini), ma
era il giallo a dominare la piazza. Anche il Cardinale Roger Etchegaray,
presidente del Comitato Centrale per il Giubileo, che presiedeva l’Eucarestia
ha detto: "Mai questa piazza è stata così gremita e così colorata
di sabato. Oggi è ancora più bella perché illuminata dal sole che è
Cristo".
È solo
Cristo infatti che il pellegrino cerca a Roma. In Lui si ha il fondamento
perfetto e l’apostolo Pietro ha la funzione di rendere visibile la base
sicura che non teme le tempeste del male e della morte. Attorno alla
pietra-Pietro i cristiani trovano la stabilità e l’unità che Cristo
offre.
Così per riaffermare la propria fede e ripetere sulla Tomba di S. Pietro:
"credo la Chiesa una santa cattolica apostolica", quasi 7 mila
persone della Diocesi di Fermo hanno intrapreso il pellegrinaggio
diocesano. L’Ufficio Giubileo di Fermo, che ha organizzato nel migliore
dei modi, ha superato alcune difficoltà e si è accordato con il Comune
di Roma per far sostare i pullman nelle vicinanze di S. Pietro prima delle
ore 6.30. Molti pullman sono giunti a Roma alle 4 e mezza del mattino.
Dopo aver pregato le lodi dentro il pullman, si scende e ci si incammina
verso Piazza S. Pietro. Sorpresa. In Piazza non si può entrare perché
transennata. Alcune guardie dicono che si devono attendere le ore 7.30.
Intorno alle transenne si riuniscono man mano tante di quelle persone dal
cappello giallo che anche il traffico resta bloccato. Qualcuno intanto va
alla ricerca di un bar aperto per un caffè. E poi la gente si incontra,
si racconta, si conosce. Così anche se è notte e molti chiedono il perché
di una partenza così notturna ci si accorge che è bello attendere. La
festa sarà più bella. In tante parabole Gesù indica nell’attesa il
segreto del Regno di Dio. Cristo è il pellegrino venuto dall’Eterno per
chiamare l’uomo alla libertà di farsi sempre di nuovo pellegrino verso
l’Eterno. Il pellegrinaggio diventa così icona della vita. L’uomo è
in esodo, chiamato permanentemente ad uscire da sé, ad interrogarsi, ad
essere in cerca di una patria. Metafora della vita, il pellegrinaggio
diventa anticipo del giorno che deve venire, attesa della festa del Regno,
rinnovata esperienza dell’incontro che cambia il cuore perché fa
conoscere e amare Colui che illumina le cose passate e dà valore alle
presenti e fa già pregustare le ultime e future promesse. Restiamo
pellegrini nella notte, gioiosamente fondati sulla promessa. Vivere il
giubileo allora significa anche sapere attendere. E la giornata di sabato
28 ottobre è stata all’insegna dell’attesa.
Alle ore 7,15 si comincia ad entrare dentro piazza S. Pietro. La polizia,
aiutata dai volontari del giubileo, controlla sommariamente i pellegrini
che transitano attraverso alcune entrate. Ritira alcuni cartelli reputati
pericolosi. Esamina qualche pellegrino con il metal detector. Una fiumana
di cappelli gialli, la diocesi di Fermo, si dirige verso il settore a
destra dell’obelisco, alto oltre 37 metri, privo di geroglifici e
fissato sul dorso di quattro leoni bronzei. Finalmente si trova una sedia.
Ci si sposta diverse volte prima di trovare la sistemazione definitiva.
Poi, armati di pazienza, si aspetta l’inizio dell’Eucarestia in
programma alle ore 10.
In queste ore di
attesa gli occhi si fermano sull’obelisco sormontato da una croce
all’interno della quale è custodita una reliquia della Croce di Cristo.
Oppure più spesso sulla facciata della basilica. È davvero splendida con
quei colori pastello che il primi raggi del sole enfatizza. Concepita dal
Maderno è preceduta da una scalinata con ai lati due statue di Pietro e
Paolo. Alle estremità della facciata si trovano due arcate. Al centro la
Loggia delle Benedizioni, dalla quale si affaccia il Papa in circostanze
particolari e si annuncia solennemente l’elezione dei nuovi Pontefici.
La Basilica fu costruita sul luogo dove nel 64 fu sepolto il corpo di S.
Pietro. Infatti sul colle Vaticano c’era una necropoli vicino al luogo
della sua crocifissione, il Circo di Nerone. Fu sulla tomba che dal 324
Costantino cominciò ad edificare la prima basilica, detta appunto
costantiniana. Ad essa ne seguirono altre fino a quella di oggi consacrata
nel 1626.
Durante l’attesa si parla, si legge, si ascolta il suono delle campane
che segnano l’ora. Alle ore 10 in punto escono i sacerdoti dal portone
di bronzo. Quindi dalla Basilica escono i Vescovi e il card. Etchegaray
che presiede la liturgia.
Dopo l’Eucaristia si aspetta l’arrivo del Papa: applausi scroscianti
al suo passaggio. Con il papamobile gira per la piazza tra un bagno di
applausi e uno sbandierio di cartelli e di cappelli. Poi la presentazione
dei gruppi presenti. Ma è il Card. Camillo Ruini che illustra al Papa
l’affluenza di così tanta gente: il convegno delle Scuole cattoliche
romane e del Lazio, ma soprattutto il pellegrinaggio di alcune diocesi
italiane venute a Roma per il Giubileo. Quando il card. Ruini ha nominato
Fermo con il suo Vescovo Mons. Franceschetti, un grido si è levato dalla
piazza. E tutti quei cappelli gialli hanno cominciato ad agitarsi.
Sembrava che un colpo di vento avesse fatto ondeggiare quei fiori gialli.
Il Papa ha rivolto alla diocesi di Fermo l’invito a "tornare a casa
diventando sempre più testimoni di Cristo". Ha suggerito di essere
sempre luminosi, di avere sempre quel cappello giallo in testa per
colorare di sole anche le situazioni più nere.
Il Santo Padre ha
confermato nella fede e benedetto tutti i presenti. Poi è risalito sulla
papa mobile ed è passato accanto ai sacerdoti schierati sulla scalinata
della basilica vaticana. Quindi è iniziata la fase più faticosa per i
pellegrini: il passaggio attraverso la porta santa. La Diocesi di Fermo
doveva essere la prima ad attraversare la Porta. Purtroppo anche le altre
diocesi si mettono in fila intrufolandosi tra i fermani. Il passaggio
diventa lungo, estenuante e duro. Ogni gruppo è preceduto dal cartello
del proprio paese. Ce ne sono tanti di cartelli. Ma uno giallo è
particolarmente luminoso. Viene sostenuto da due persone e oltre al paese
riporta un disegno dei monti. È quello di Smerillo. Il più piccolo paese
della diocesi ha voluto essere presente a Roma con una sessantina di
persone.
Ogni gruppo, passo dopo passo, si avvicina alla porta santa. I raggi del
sole scottano. Ma niente paura. È un pellegrinaggio. E allora si canta e
si prega. Un sacerdote, all’ingresso della basilica, guida la preghiera
con le litanie o con i salmi di pellegrinaggio. Così il brusio diventa
silenzio attento e pensoso. Varcata la porta Santa, i pellegrini fermani
vengono accolti dall’Arcivescovo, mons. Gennaro che richiama il senso
della porta che è Cristo e fa notare come la porta del cielo è anche la
Madonna: infatti alla destra della porta santa c’è la pietà di
Michelangelo. Poi prega con i fedeli. Così ogni gruppo che entra trova
una Chiesa che accoglie. Non solo una chiesa di marmo pur splendida e
maestosa, ma una chiesa viva. Non solo un San Pietro fatto di bronzo, ma
un apostolo vivo in quanto il Vescovo non è altro che il successore degli
apostoli.
Non tutti purtroppo hanno potuto valicare la porta Santa. Infatti ogni
pullman aveva un orario tassativo per la partenza. Ciò per permettere ad
altri pullman di avvicinarsi il più possibile alla basilica vaticana.
Anche il viaggio di ritorno è all’insegna della preghiera. Una
preghiera di lode per aver incontrato la persona di Cristo nel suo
successore, per aver ricevuto l’abbondanza del perdono
nell’indulgenza, per aver sperimentato l’essere Chiesa. La chiesa
infatti è il popolo di Dio che si forma attorno all’annuncio di Gesù
Cristo, nella certezza di aver scoperto in Lui la risposta a tutti gli
interrogativi: comunità aperta a ogni uomo nella disponibilità a vivere
la novità della Buona Notizia; ha come condizione la dignità e la libertà
dei figli di Dio e come legge l’amore; ha come missione l’essere
"sale della terra e luce del mondo" in una società in cui
spesso si sperimenta la stanchezza della speranza e il vuoto della felicità.
L’impegno dei pellegrini non termina con il ritorno nelle proprie case.
Ad essi è affidata la missione di annunziare la potenza di Cristo che ci
ha chiamati dalle tenebre alla sua splendida luce. Gli impegni giubilari
di ogni pellegrino sono: testimoniare i valori giubilari nella vita di
ogni giorno e nella chiesa, scelta personale e comunitaria circa la
testimonianza della carità, coraggiosa evangelizzazione del Regno di Dio
compiuto in Cristo. Il pellegrino deve continuare ad illuminare con il suo
raggio di sole la storia come si canta in una frase dell’inno del
giubileo: "Con i tuoi raggi vesti la storia, alla tua luce nasce il
millennio. Solo in te pace e unità".
ndg


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