FCP  numero 18 del 15 novembre 2000


Sommario

 

Editoriale

Gialli come il sole

Pellegrinaggi Vicariali in Cattedrale

Giubileo MIssionario dei popoli

Musica per la missione

Padre Cruciani in Egitto

INSERTO a cura dell'Ufficio per la Pastorale Familiare

Gesù sorgente di vita per i popoli

O tutto o niente!

Presto che è tardi

Don Ernesto Ricci, il "don Bosco di Fermo"

Relazione della Commissione Presbiterale Regionale

FCP su Internet

Mosè, Giosuè, Gesù

Miglior tema sul Grande Giubileo

Brevi

Giubileo nei francobolli

Ero forestiero

In ricordo di...

 



Gialli come il sole

I pellegrini fermani al Giubileo Diocesano a Roma

Guarda, sembra la pianura di Castelluccio quando fioriscono le lenticchie". Questo grido di ammirazione è uscito dalla bocca di don Ubaldo Ripa, parroco a Civitanova. Ed è proprio così. La piazza San Pietro in Roma è tutta punteggiata di giallo, il colore della Diocesi di Fermo in pellegrinaggio con quasi 130 pullman alla Cattedra di S. Pietro sabato 28 ottobre. Certo non mancavano altri colori come il bianco (le diocesi della Basilicata), il blu (la diocesi di Latina), il rosso/arancio (la diocesi di Rimini), ma era il giallo a dominare la piazza. Anche il Cardinale Roger Etchegaray, presidente del Comitato Centrale per il Giubileo, che presiedeva l’Eucarestia ha detto: "Mai questa piazza è stata così gremita e così colorata di sabato. Oggi è ancora più bella perché illuminata dal sole che è Cristo".
È solo Cristo infatti che il pellegrino cerca a Roma. In Lui si ha il fondamento perfetto e l’apostolo Pietro ha la funzione di rendere visibile la base sicura che non teme le tempeste del male e della morte. Attorno alla pietra-Pietro i cristiani trovano la stabilità e l’unità che Cristo offre.
Così per riaffermare la propria fede e ripetere sulla Tomba di S. Pietro: "credo la Chiesa una santa cattolica apostolica", quasi 7 mila persone della Diocesi di Fermo hanno intrapreso il pellegrinaggio diocesano. L’Ufficio Giubileo di Fermo, che ha organizzato nel migliore dei modi, ha superato alcune difficoltà e si è accordato con il Comune di Roma per far sostare i pullman nelle vicinanze di S. Pietro prima delle ore 6.30. Molti pullman sono giunti a Roma alle 4 e mezza del mattino. Dopo aver pregato le lodi dentro il pullman, si scende e ci si incammina verso Piazza S. Pietro. Sorpresa. In Piazza non si può entrare perché transennata. Alcune guardie dicono che si devono attendere le ore 7.30. Intorno alle transenne si riuniscono man mano tante di quelle persone dal cappello giallo che anche il traffico resta bloccato. Qualcuno intanto va alla ricerca di un bar aperto per un caffè. E poi la gente si incontra, si racconta, si conosce. Così anche se è notte e molti chiedono il perché di una partenza così notturna ci si accorge che è bello attendere. La festa sarà più bella. In tante parabole Gesù indica nell’attesa il segreto del Regno di Dio. Cristo è il pellegrino venuto dall’Eterno per chiamare l’uomo alla libertà di farsi sempre di nuovo pellegrino verso l’Eterno. Il pellegrinaggio diventa così icona della vita. L’uomo è in esodo, chiamato permanentemente ad uscire da sé, ad interrogarsi, ad essere in cerca di una patria. Metafora della vita, il pellegrinaggio diventa anticipo del giorno che deve venire, attesa della festa del Regno, rinnovata esperienza dell’incontro che cambia il cuore perché fa conoscere e amare Colui che illumina le cose passate e dà valore alle presenti e fa già pregustare le ultime e future promesse. Restiamo pellegrini nella notte, gioiosamente fondati sulla promessa. Vivere il giubileo allora significa anche sapere attendere. E la giornata di sabato 28 ottobre è stata all’insegna dell’attesa.
Alle ore 7,15 si comincia ad entrare dentro piazza S. Pietro. La polizia, aiutata dai volontari del giubileo, controlla sommariamente i pellegrini che transitano attraverso alcune entrate. Ritira alcuni cartelli reputati pericolosi. Esamina qualche pellegrino con il metal detector. Una fiumana di cappelli gialli, la diocesi di Fermo, si dirige verso il settore a destra dell’obelisco, alto oltre 37 metri, privo di geroglifici e fissato sul dorso di quattro leoni bronzei. Finalmente si trova una sedia. Ci si sposta diverse volte prima di trovare la sistemazione definitiva. Poi, armati di pazienza, si aspetta l’inizio dell’Eucarestia in programma alle ore 10.

In queste ore di attesa gli occhi si fermano sull’obelisco sormontato da una croce all’interno della quale è custodita una reliquia della Croce di Cristo. Oppure più spesso sulla facciata della basilica. È davvero splendida con quei colori pastello che il primi raggi del sole enfatizza. Concepita dal Maderno è preceduta da una scalinata con ai lati due statue di Pietro e Paolo. Alle estremità della facciata si trovano due arcate. Al centro la Loggia delle Benedizioni, dalla quale si affaccia il Papa in circostanze particolari e si annuncia solennemente l’elezione dei nuovi Pontefici. La Basilica fu costruita sul luogo dove nel 64 fu sepolto il corpo di S. Pietro. Infatti sul colle Vaticano c’era una necropoli vicino al luogo della sua crocifissione, il Circo di Nerone. Fu sulla tomba che dal 324 Costantino cominciò ad edificare la prima basilica, detta appunto costantiniana. Ad essa ne seguirono altre fino a quella di oggi consacrata nel 1626.
Durante l’attesa si parla, si legge, si ascolta il suono delle campane che segnano l’ora. Alle ore 10 in punto escono i sacerdoti dal portone di bronzo. Quindi dalla Basilica escono i Vescovi e il card. Etchegaray che presiede la liturgia.
Dopo l’Eucaristia si aspetta l’arrivo del Papa: applausi scroscianti al suo passaggio. Con il papamobile gira per la piazza tra un bagno di applausi e uno sbandierio di cartelli e di cappelli. Poi la presentazione dei gruppi presenti. Ma è il Card. Camillo Ruini che illustra al Papa l’affluenza di così tanta gente: il convegno delle Scuole cattoliche romane e del Lazio, ma soprattutto il pellegrinaggio di alcune diocesi italiane venute a Roma per il Giubileo. Quando il card. Ruini ha nominato Fermo con il suo Vescovo Mons. Franceschetti, un grido si è levato dalla piazza. E tutti quei cappelli gialli hanno cominciato ad agitarsi. Sembrava che un colpo di vento avesse fatto ondeggiare quei fiori gialli. Il Papa ha rivolto alla diocesi di Fermo l’invito a "tornare a casa diventando sempre più testimoni di Cristo". Ha suggerito di essere sempre luminosi, di avere sempre quel cappello giallo in testa per colorare di sole anche le situazioni più nere.

Il Santo Padre ha confermato nella fede e benedetto tutti i presenti. Poi è risalito sulla papa mobile ed è passato accanto ai sacerdoti schierati sulla scalinata della basilica vaticana. Quindi è iniziata la fase più faticosa per i pellegrini: il passaggio attraverso la porta santa. La Diocesi di Fermo doveva essere la prima ad attraversare la Porta. Purtroppo anche le altre diocesi si mettono in fila intrufolandosi tra i fermani. Il passaggio diventa lungo, estenuante e duro. Ogni gruppo è preceduto dal cartello del proprio paese. Ce ne sono tanti di cartelli. Ma uno giallo è particolarmente luminoso. Viene sostenuto da due persone e oltre al paese riporta un disegno dei monti. È quello di Smerillo. Il più piccolo paese della diocesi ha voluto essere presente a Roma con una sessantina di persone.
Ogni gruppo, passo dopo passo, si avvicina alla porta santa. I raggi del sole scottano. Ma niente paura. È un pellegrinaggio. E allora si canta e si prega. Un sacerdote, all’ingresso della basilica, guida la preghiera con le litanie o con i salmi di pellegrinaggio. Così il brusio diventa silenzio attento e pensoso. Varcata la porta Santa, i pellegrini fermani vengono accolti dall’Arcivescovo, mons. Gennaro che richiama il senso della porta che è Cristo e fa notare come la porta del cielo è anche la Madonna: infatti alla destra della porta santa c’è la pietà di Michelangelo. Poi prega con i fedeli. Così ogni gruppo che entra trova una Chiesa che accoglie. Non solo una chiesa di marmo pur splendida e maestosa, ma una chiesa viva. Non solo un San Pietro fatto di bronzo, ma un apostolo vivo in quanto il Vescovo non è altro che il successore degli apostoli.
Non tutti purtroppo hanno potuto valicare la porta Santa. Infatti ogni pullman aveva un orario tassativo per la partenza. Ciò per permettere ad altri pullman di avvicinarsi il più possibile alla basilica vaticana.
Anche il viaggio di ritorno è all’insegna della preghiera. Una preghiera di lode per aver incontrato la persona di Cristo nel suo successore, per aver ricevuto l’abbondanza del perdono nell’indulgenza, per aver sperimentato l’essere Chiesa. La chiesa infatti è il popolo di Dio che si forma attorno all’annuncio di Gesù Cristo, nella certezza di aver scoperto in Lui la risposta a tutti gli interrogativi: comunità aperta a ogni uomo nella disponibilità a vivere la novità della Buona Notizia; ha come condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio e come legge l’amore; ha come missione l’essere "sale della terra e luce del mondo" in una società in cui spesso si sperimenta la stanchezza della speranza e il vuoto della felicità. L’impegno dei pellegrini non termina con il ritorno nelle proprie case. Ad essi è affidata la missione di annunziare la potenza di Cristo che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua splendida luce. Gli impegni giubilari di ogni pellegrino sono: testimoniare i valori giubilari nella vita di ogni giorno e nella chiesa, scelta personale e comunitaria circa la testimonianza della carità, coraggiosa evangelizzazione del Regno di Dio compiuto in Cristo. Il pellegrino deve continuare ad illuminare con il suo raggio di sole la storia come si canta in una frase dell’inno del giubileo: "Con i tuoi raggi vesti la storia, alla tua luce nasce il millennio. Solo in te pace e unità".

ndg

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