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ANCHE NOI SULLE NOTE DEL CANTO "EMMANUEL"!

 

I Giovani della Diocesi di Fermo alla GMG per abbracciare il Papa.

 

Privilegiati! Non mi viene in mente un altro aggettivo che riassuma la condizione di noi giovani della Diocesi di Fermo (180 circa) che dal 15 al 20 Agosto abbiamo festeggiato il Giubileo a Roma con gli altri rappresentanti di tutto il mondo.

Ci hanno detto che abbiamo contribuito ad un evento di due milioni di presenze, ma non ci interessano le ulteriori informazioni e i commenti forniti dai mass media: la GMG è stata sicuramente un'altra cosa!

Partiti con tre pullman dai vari paesi del fermano ci siamo suddivisi poi in due gruppi, per adeguarci alle strutture di accoglienza che ci hanno ospitato nella capitale: la parrocchia di S. Fulgenzio (zona Balduina) e quella di S. Maria del Buonconsiglio (sulla via Tuscolana). La festa è iniziata il pomeriggio del 15 Agosto a S. Giovanni in Laterano, dove l'arrivo di Sua Santità ed il suo saluto energico ci hanno trasmesso una gioia che va al di lˆ di un affetto puramente umano per una persona avanti negli anni ed indebolita dalla malattia. Ci siamo sentiti profondamente amati, uno per uno, abbiamo percepito che Giovanni Paolo II aveva atteso proprio noi ed avremmo desiderato correre ad abbracciarlo, trasmettergli la nostra carica e ricevere dalla sua mano la carezza del Padre. Non avremmo voluto che se ne andasse e glielo abbiamo urlato con spontaneità e sincerità, unendoci nei cori che dai vari settori della piazza si levavano e che di volta in volta facevamo nostri senza sentirci a disagio: dovevamo esprimere la gioia di essere... a casa!

Il Papa si è lasciato contagiare dall'entusiasmo e con una battuta ci ha dato appuntamento alla veglia del 19 Agosto a Tor Vergata. Solo allora abbiamo accettato (seppur a malincuore) che andasse: era atteso dai giovani stranieri riuniti a Piazza S. Pietro. Fra bottiglie d'acqua per mitigare il caldo, danze, canti e colori festosi ci siamo disciolti nella massa senza paura di perderci: tutti i volti che si incontravano esprimevano il nostro stesso orgoglio, la grande voglia di testimoniare la piccola grande fede che ci accomunava nella letizia.

Forse in questo contesto può essere sorta in qualcuno la preoccupazione di non poter vivere, nei giorni a seguire, momenti di riflessione e di incontro personale ed intimo con Dio. Eppure le mattine del 16 e del 18 Agosto sono state intense dal punto di vista spirituale. Allo Stadio Olimpico e nella Chiesa di S. Giovanni Bosco abbiamo ascoltato le catechesi di alcuni vescovi italiani: quella del vescovo di Loreto ha fatto riferimento all'umiltà ed alla disponibilità di Maria nel collaborare al progetto di salvezza di Dio, che ha iniziato a compiersi a partire dal suo "sì" fiducioso e libero; l'arcivescovo di Torino, invece, ci ha provocati sul tema della santità. é possibile essere i santi del nuovo millennio? Si può affrontare la modernità e raggiungere questo traguardo con Gesù e il Suo Vangelo, con la mediazione della Chiesa, con la personalissima ricchezza di ognuno. Duemila e più giovani in ascolto assorto, impegnato, attivo hanno sorpreso chi guidava questi incontri. Che regalo abbiamo ricevuto, poi, vedendo arrivare (nessuno ci aveva avvisato!) quello che per gli altri era il vescovo di Fermo, mentre per noi ... Abbiamo gridato ripetutamente: "Gennaro! Gennaro!", e Sua Eccellenza, al termine della S. Messa, ha stretto la mano a tutti e ha reso più preziosa la nostra foto di gruppo. "Come non riconoscere i ragazzi di Fermo? Sono i più belli!", ha spiegato al vescovo di Torino; e per noi ha avuto parole di affetto ma anche di forte richiamo ad un serio discernimento: "Il giovane ricco del Vangelo, di fronte alla proposta della sequela di Gesù se n'è andato triste poiché aveva molti beni: cercate allora di capire se davvero siete del tutto liberi per Gesù. Forse quell' affetto, quel bene a cui rimanete legati pur aprendo il cuore e desiderando di essere vicini a Dio.... è proprio ciò che oggi vi viene chiesto di lasciare...". Non si scambino dunque la serenità ed il sorriso dipinti sui nostri volti nelle giornate romane con la leggerezza e la superficialità di chi cammina nella vita alla cieca: abbiamo infatti "ruminato" ogni parola ascoltata, abbiamo cercato di assimilarla ben consapevoli che la via della croce quotidiana è quella che conduce alla verità su noi stessi. Il pomeriggio di venerdì 18, infatti, è stato contraddistinto dalla celebrazione della Via Crucis in molte delle parrocchie della capitale, ed un nostro sottogruppo ha preso parte al seguito più numeroso dietro la Croce che dalla chiesa dell'Ara Coeli è stata portata fino al Colosseo. Chi invece ha vissuto questo momento nell'immenso spazio verde retrostante la chiesa di S. Policarpo può raccontare che migliaia di giovani sono rimasti immobili, in meditazione della Parola e in ascolto del commento plurilingue per oltre due ore. Ci hanno persino chiesto di collaborare tecnicamente reggendo la Croce e le fiaccole, e ad offrirsi sono stati proprio i meno resistenti nel fisico ("Sarebbe stato meglio che stamattina non mi fossi alzato... perché ho perso il cellulare... non riesco ad orientarmi tra questa folla... mi sento sballottato..." aveva ammesso con rammarico uno di loro poco prima). Ma la forza che si sprigiona quando si accettano la prova e la fatica è misteriosamente straordinaria: Qualcuno ci ha senza dubbio sostenuto nel pellegrinaggio a piedi fino a Tor Vergata il mattino del 19. L'Eucarestia ricevuta prima di partire, il saluto e l'incoraggiamento degli abitanti della zona, lo sguardo fisso alla bandiera che in capo al gruppo ci rassicurava continuamente sulla direzione da seguire hanno sconfitto il sole martellante, hanno rinvigorito le nostre spalle appesantite dagli zaini forse troppo pieni. Siamo arrivati spossati, impressionati da come gli spazi fossero tutti già occupati da sacchi a pelo e tende, incerti perché non si vedevano più i volontari in maglietta blu così efficienti nei giorni precedenti. Ma abbiamo trovato il nostro spicchio verde e su quell'erba venuta dall'Ontario ci siamo abituati a camminare scalzi, in libertà, facendo attenzione a chi ci era accanto, con lo sguardo calcolatore della distanza dal palco di legno del Papa. Forse non avremmo visto molto di più di un puntino bianco quella sera, ma un ragazzo ha commentato a voce alta questo pensiero generale: "Preferisco esserci piuttosto che star seduto a casa davanti ad uno schermo televisivo che offrirebbe uno spettacolo soprattutto agli occhi...". Non abbiamo cercato le emozioni, però. Quando un elicottero è volato sopra le nostre teste il cuore lo ha riconosciuto fra quelli della Protezione Civile e della televisione; lì non potevamo non emozionarci, è vero, ma dopo il sentimento è subentrato un senso di pace, perché il nostro amato ed atteso Papa era finalmente arrivato, era lì per noi. "Avete sconfitto il maligno!", ci ha detto all'inizio del suo intervento. Ancora un brivido di orgoglio ha scosso il nostro animo. Tale affermazione ha prodotto in noi quest'eco: Giovanni Paolo II ha fiducia in noi, ci conosce, sa le nostre storie, non ignora i percorsi segnati dalla croce che hanno condotto ciascuno alla GMG. Questo è sconvolgente!

Il Verbo che si è fatto carne non poteva essere più presente e più vicino al cuore dei giovani del mondo rappresentanti di tutti quelli cui le battaglie quotidiane, quelle senza tregua, hanno impedito di regalarsi questi giorni di festosa comunione.

Silenzio, preghiera, solidarietà, unità: con questi sostantivi potremmo riassumere i due giorni a Tor Vergata, senza aggiungere a quanto i mass-media hanno raccontato. Nonostante il numero dei presenti, il messaggio di Giovanni Paolo II è stato efficace per la vita e per la fede di ogni singolo partecipante, a conferma del fatto che Dio, anche quando parla alla massa, penetra comunque nell'intimità di ciascun cuore. Certamente non si è servito solo del successore di Pietro per esprimersi: ha utilizzato centinaia di lingue; si è vestito di costumi multicolori; ha cantato e danzato; è passato accanto a noi su una sedia a rotelle; ci ha sorriso nei volti che hanno condiviso la nostra stessa esperienza.

Grazie, allora, a questo Dio che abbiamo cercato come l'acqua e che si è fatto trovare per rinfrescarci e rigenerare la nostra vita spirituale un po' appassita o inaridita. Grazie ai 25.000 volontari in blu che hanno davvero messo in pratica quanto stampato sulle loro magliette ("Ero forestiero e mi avete accolto"): porgendoci la mano in segno di saluto, spruzzando acqua sui nostri corpi accaldati ci hanno restituito il sorriso sulla via del ritorno. Perché sul prato di Tor Vergata abbiamo sì lasciato una distesa trasparente di bottiglie di plastica, ma lì è rimasto anche un pezzetto di cuore: adesso, a casa, il pellegrinaggio continua e si fa davvero impegnativo. Tuttavia il sudore prodotto lungo il cammino può essere lavato via da un'acqua facilmente raggiungibile, quella che zampilla dentro di noi ogni volta che diciamo "sì" a Cristo. E il Papa ci ha confermato che per questa via (non per altra) e in questo tempo (non in altro) è possibile la santità.

Laura Alici