Il Ratto del Santo
L’Avvincente rappresentazione dell’amore di un popolo per il suo Patrono
Caro lettore,
Che stai per inoltrarti nel mondo incantato delle leggende isclane, preparati ad affrontare un viaggio che, oltre i monti ed oltre i mari, ti porterà indietro nel tempo, tra assalti e ruberie, tra disperazione e nobili gesta. Non sono certo di aver narrato la storia in maniera tale da fartela amare; ma ho cercato il più possibile di dar voce ai miei ricordi d’infanzia, quando mio nonno coi suoi racconti m’aiutava a sognare. Con gli occhi del bambino, leggi queste poche righe, ben presto sarai avvolto anche tu dal suo fascino.
Il racconto è tutto qui, nel desiderio di tradurre in scrittura l’amore per il proprio paese, nel desiderio di molti, che come me, hanno ancora sufficiente innocenza per sognare.
Nicola Castaldi
LA VECCHIA PERGAMENA
Tutto cominciò a causa di una botola che nessuno in paese ricordava aver mai visto aperta.
Ognuno, però, raccontava la sua. C’era il vecchio barbiere, che diceva che vi erano stati rinchiusi alcuni furfanti e lì fatti morire di fame; l’arrotino sosteneva, invece, che Barbarossa v’avesse nascosto i suoi tesori, per il mastro bottaio era il rifugio delle streghe, per altri ancora la porta per l’inferno e nelle notti di tempesta s’udivano le voci dei dannati che invocavano aiuto.
Tutti concordavano, però, che la botola dovesse restare chiusa e che dalla sua apertura sarebbero arrivati solo guai.
Questi ammonimenti, però, non furono convincenti.
Un gruppo di giovani, infatti, quando le acque si furono calmate ed ognuno con la mente non faceva più ritorno al discorso dei giorni precedenti, decisero d’aprire la botola per scoprire cosa vi fosse nascosto.
Col favore delle tenebre, illuminati dalla luce d’un lume e aiutati da qualche spranga iniziarono a forzare il maschio che fermava la botola.
Dopo qualche colpo la botola s’aprì. I più ardimentosi, afferrato il lume, si calarono giù con l’ausilio di una corda ed iniziarono ad esplorare la stanza. Non vi trovarono nulla di quello che in paese avevano raccontato loro. A terra v’era qualche mozzicone di candela, segno che qualcuno v’era già stato, e, accatastato in un angolo, un vecchio mobile ricoperto ormai di muffa e ragnatele. Su questo v’era poggiato un calamaio ed una vecchia pergamena anch’essa logora ed ammuffita. Afferatala ritornarono in superficie. Aperta la pergamena, tentarono di leggerne il contenuto, non vi riuscirono, era latino!
Occorreva qualcuno che potesse tradurla e solo il curato in paese era in grado di farlo. Consegnata alle prime luci del mattino, incuriosito ed affascinato dal reperto, il curato ne stese subito la traduzione. Ecco quanto vi era scritto.
PROLOGO
Giunto al finire della mia vita da peccatore,
mentre vecchio m’avvio a lasciare il mondo, trattenuto col mio corpo greve e
malato nel letto di quest’umile capanna, ove il silenzio e la solitudine sono
prezioso balsamo alla mia clausura; mentre la pioggia e la grandine tempestano
contro la finestrella, m’accingo a lasciare testimonianza a
Posteri degli eventi mirabili e
tremendi che ben capitarono a gente umile ed a cui in gioventù mi
accadde di assistere, col fare di tutto ciò che vidi ed udii schietta
relazione. Ponendo mano a questa pergamena, nel consacrare i miei ricordi alla
carta, sto come dinnanzi ad una lanterna magica, scorgendovi scene di malvagità
grandiosa e Imprese virtuose e bontà angeliche, opposte a diaboliche
operazioni. Testimone trasparente degli accadimenti, dirò di malvagità e
sevizie che dagli uomini tenebrosi si vanno moltiplicando, gruppi di
facinorosi che venendo da città vicina di cui è bene tacere il
nome, hanno mutato il loro costume alla maniera saracena e come questi, ormai,
capaci di omicidi e ruberie e d’ogni altra qualità di delitti. Il Signore mi
conceda la grazia di riannodare le fila di questo evento di cui m’accingo a
dire l’incontrovertibile verità.
Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, Panza era già un considerabile Casale con quasi tutto campi e vigne ed in qualche parte bosco, ed aveva perciò il vantaggio d’avere a protezione la villa vicina che, sul finir dell’estate, quando non mancava mai il lavoro nelle vigne, mandava uomini a diradar le uve e ad alleggerire ai contadini le fatiche della vendemmia. Correvano, dall’una parte all’altra di questi campi, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate tra due muri a secco, correvano e corrono tuttora verso la piazza e più ancora verso la chiesa. Per queste strade, rivestite a festa, vi era un andirivieni di bambini e donne abbigliate con ricche vesti ed una gran folla accorreva verso la chiesa richiamata dalla campana che spesso avevano udito nei campi a conforto delle loro fatiche, sulla sera del 6 novembre di un anno non ben precisato. Era la festa del Santo Patrono Leonardo e tutti recavano in dono qualcosa, brocche di vino, ceste piene d’uva e di quanto di buono la campagna ed il duro lavoro avessero prodotto, alcuni portavano piccoli monili d’oro e d’argento a ringraziamento di un bene più prezioso ricevuto.
Tra la gente
del paese abbigliata secondo la moda del tempo, arrivata dal lontano Castello
d’Ischia, vi era una nobildonna che recava in dono un paio di catene d’argento
da donare al Santo per averla liberata dai dolori del parto. Ella avanzava
sicura ed umile con quella luce negli occhi che solo la gioia di un figlio può
regalare. Recitate le preghiere, calata la notte, tutti, stanchi della fatica e
del gran chiacchierare dei fatti della giornata, intrapresero la via del
ritorno, diramandosi a destra ed a sinistra tra le buie vie rischiarate dalla
luna e qua e là da qualche lume posto in una cappella votiva.
I galli ancora dormivano ed il sole ad
oriente ancora non era riuscito a farsi largo tra le ombre, quando, lontano dall’abitato,
la piccola, rozza e semplicissima casa di Aurora era tutta irraggiata da una
strana luce così intensa che ridestò la fanciulla dal sonno in cui era caduta.
Poco dopo, stropicciatisi gli occhi, Aurora si sentì chiamare:
‹‹ Aurora…,
Aurora….››
Aurora, terrorizzata, cercava di rendersi piccola nascondendosi tra gli stracci che ricoprivano il suo misero giaciglio. La poverina spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di conoscere chi fosse colui che la chiamava, e li richiudeva subito, atterrita dalla visione.
‹‹Non temere Aurora, non voglio farti del male››.
Come rinvigorita dallo spavento, Aurora si rizzò subito in ginocchio, e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti ad un’immagine, alzò gli occhi in viso all’Angelo e, abbagliata, li riabbassò subito.
L’Angelo, intanto, fissando quel volto ancora turbato disse:
‹‹ Non temere Aurora, il Signore mi manda a te perché tu illumini col tuo cuore questa notte di tenebre, perché tu sia la Sua voce. Va e desta tutti, prima che la sciagura si compi. Dalla vicina villa, uomini malvagi trafugano i vostri doni dalla chiesa e le sue ricchezze, tra cui lo stesso Leonardo. Avvisa gli uomini, che abbandonino il loro giaciglio e con fiaccole e lumi si diano alla ricerca ››.
Pronunziate queste parole l’Angelo lasciò Aurora.
CAPITOLO III
La poverina
era immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le mani appoggiate
sulle ginocchia e col viso nascosto tra le mani. Più presente a se stessa, e
rammentandosi più distintamente di ciò che aveva veduto, Aurora si risentì,
come ad una chiamata interna e, afferrato il lume vicino a spegnersi, corse a
svegliare tutti, mentre le campane improvvisamente squillavano dissipando in
breve il silenzio notturno.
Ben presto tutto il Paese era in allarme, molti sono già in strada, altri, mentre ascoltano l’avviso, vedono uomini che in fretta e furia si portano alla piazza, altri ancora guardano dalle finestre lungo la via gli uomini che si sommano ad altri uomini diventando folla. Ben presto la notizia, come un tuono, rimbomba in ogni cortile, ogni casa ne rintrona. Trovarono la chiesa spoglia d’ogni arredo e la statua del Santo trafugata. Le urla arrivarono al cielo, il Paese era in tumulto: il saccheggio aveva provocato orrore sincero ed immediato nel petto di tutti. Molti tenevano consiglio per vedere se qualcosa si potesse ancora intraprendere.
La folla
cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra ed a sinistra, per questa e per
quella strada. Bisognava compiere ogni sforzo per riprendere il Santo.
Col calar delle
tenebre, però, le cose erano diventate tutte di un colore, gli alberi in
lontananza, i campi coltivati rappresentavano figure strane, deformi, mostruose
e l’ombra delle cime, leggermente agitate che tremolavano sui sentieri
illuminati qua e la dalla luna ancora alta in cielo, rendeva difficile la
ricerca.
Qualche volta,
si soffermavano per vedere se si udiva qualche voce umana, ma invano. Non si
sentiva che un mugolio di cani, che veniva da qualche cascina isolata, vagando
per l’aria quasi minaccioso. Né si vedeva segno d’altra gente desta o un
lumicino trasparente tra la boscaglia.
Le ricerche stavano per essere abbandonate, quand’ecco che una strana luce illuminò tutto il Paese, ogni oggetto si poteva distinguere perfettamente, quasi come di giorno.
Ma fin dove
arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente.
Improvvisamente però, un bagliore, simile ad un nuovo sole, si irraggiò dalla sommità della chiesa.
Era l’Angelo che indicava la via e guidava gli uomini tra le tenebre della notte.
Scortati dalla guida celeste, si
diedero nuovamente alla ricerca. Ben presto scorsero la statua di Leonardo che
i briganti, di corsa, cercavano di portare verso la loro villa. Pervasi da una
strana forza e capeggiati dall’Angelo che li spronava, iniziarono a correre per
cercare di raggiungere i briganti, ma questi erano ormai molto lontani e per
ben tre volte gli uomini percorsero le strade intorno al Paese.
Il destino della statua sembrava ormai quello d’essere trofeo di quei briganti. La disperazione aveva appena fatto breccia nel cuore di tutti, quando con grande stupore, videro la masnada di briganti che, inutilmente, cercava di caricarsi sulle spalle la statua del Santo che più s’allontanava più diventava pesante. Vi provarono in molti, ma la statua non si mosse di un solo centimetro, sembrava ancorata al terreno. Avvistati gli uomini che con fiaccole e forconi s’avvicinavano, compreso l’imminente pericolo, i briganti abbandonarono la refurtiva dandosi alla fuga. Guidati ancora dall’Angelo che mostrava loro la via, in breve tempo gli uomini furono sul posto e ripresa la refurtiva, caricatasi sulle spalle la statua del Santo Leonardo, miracolosamente tornata leggera, tant’è che bastarono quattro uomini a sollevarla, si riprese la via del ritorno.
EPILOGO
Questo è ciò a cui m’accadde d’assistere quando, giovane, venni tra questa gente umile e lavoratrice, che poco conosce del mondo e poco ha visto delle cose al di là del mare. Del poco che hanno rendono grazie a Dio e della loro innocenza s’inumidiscono gli occhi. Non so cosa sarà di loro né cosa sarà di me. Questa romita terra è tutta vigne e fiori, selvaggina ed orti. Ed in questa terra che germoglia tesori troverò sepoltura. Fa freddo ed il lume è vicino a spegnersi. Fuori, tra le stelle, rifulge la luna.